Pròsopon: il volto del teatro classico nelle terracotte del Museo Archeologico di Lipari

Il più grande complesso di maschere, di statuette e di crateri con figurazioni di carattere teatrale esposti oggi presso il Museo Archeologico Eoliano

di Miriam Ziino

Quarant’ anni di scavi archeologici condotti nelle isole Eolie, e in particolare a Lipari hanno consentito di riportare in luce il più grande complesso di maschere, di statuette e di crateri con figurazioni di carattere teatrale che, esposti oggi presso il Museo Archeologico Eoliano, costituiscono la più completa documentazione di  reperti attinenti la tematica teatrale di tutto il mondo greco. Si tratta infatti del corpus più vasto e completo relativo alla maschera teatrale e al costume scenico che ci sia pervenuto dall’antichità classica, un vero e proprio “giacimento di memoria teatrale”.




Il rinvenimento di questi importantissimi reperti, attraverso i quali siamo in grado di ripercorrere in maniera pressoché completa due secoli di teatro greco, è dovuto a un fatto del tutto eccezionale legato alla singolarità dell’isola. La necropoli greca di Lipari infatti, è forse l’unica che ci sia giunta pressoché intatta, che sia sfuggita cioè al vandalico saccheggio a cui tutte le altre sono soggette da secoli, e ciò a causa di un particolare fenomeno geologico di trasporto eolico, attraverso il quale si è avuto un notevole incremento del suolo che ci ha permesso di riportare in superficie oltre mille reperti di straordinaria fattezza.

La coroplastica liparese è cronologicamente scaglionata tra la seconda metà del IV e il III secolo a.C. con una serie di maschere della tragedia e della commedia che, assieme al dramma satiresco sono i tre generi in cui si declina tale produzione.

Con la loro immediatezza testimoniale, queste piccole terracotte consentono di ripercorrere i momenti fondamentali della cultura classica e del teatro greco, dall’epoca dei grandi tragici Sofocle ed Euripide, fino alla commedia nuova di Menandro che già nella prima metà del III secolo aveva conquistato tutti i teatri del mondo greco. E’ una produzione locale, cui porrà improvvisa drastica fine la distruzione di Lipari da parte dei romani nel 252 a.C, portando via con sé tutto un processo culturale allora in atto.




Le nostre terracotte aprono dunque un nuovo ampio campo alla ricerca e portano un sostanziale contributo alla storia del teatro greco nel suo insieme. Ma sono anche l’espressione di un artigianato di notevolissimo livello fiorito nella Lipari di questa età, precedendo di oltre due secoli la ritrattistica marmorea diffusa in età romana.

Un rapporto unico dunque, non riscontrato in alcun altra parte del mondo che ci permette attraverso i dati di scavo, oltrechè attraverso uno studio tipologico e stilistico dei singoli pezzi di tracciare l’evoluzione di questa produzione ceramoplastica, evoluzione che segue fedelmente, passo a passo, quella della produzione teatrale greca dello stesso periodo considerata anche dal punto di vista letterario. Il costume scenico, di cui le nostre terracotte sono la documentazione, è infatti inscindibile dal genere letterario al quale si riferisce; ne è il naturale completamento l’ovvia espressione.

Il pregio dell’eccezionale collezione è ammirabile all’interno del Museo Archeologico Eoliano, nel quale studi scientifici e tecnologie avanzate hanno permesso di restaurare, conservare ed esibire il materiale archeologico in modo rigoroso, suggestivo ed efficace.




Un ulteriore peculiarità di questa eccezionale forma d’arte, è che,  afferisce essenzialmente al culto dei defunti. Lo dimostra la provenienza pressoché esclusiva di queste piccole terracotte dall’area della necropoli, dove le troviamo frequentemente sparse intorno alle tombe, a cui dovevano esser portate come offerta, così come noi oggi portiamo dei fiori.

Ma il larghissimo uso di terracotte d’argomento teatrale come offerta funebre, non può essere spiegato altro che attraverso il significato sacrale che ad esse era attribuito. Molteplici sono dunque gli interessi che la scoperta di questo complesso di terracotte può suscitare, esse sono innanzitutto una chiara testimonianza della larga diffusione che nella Lipari di questa età aveva avuto la religione dionisiaca, e che assunse peraltro proprio sull’isola degli aspetti del tutto particolari, più che in ogni altra parte del mondo greco, godendo di una particolare autonomia religiosa.

La presenza di terracotte teatrali come offerta ai defunti infatti, è in rapporto con la complessa personalità di Dioniso, una delle figure più interessanti del Pantheon greco, è il dio del vino, dell’ebbrezza, ma è anche il dio del teatro, che nel contempo offre le beatitudini dell’oltretomba a coloro che sono iniziati ai suoi misteri. Di questo processo che è di religiosità popolare prima che di espressione artistica la necropoli di Lipari ci offre ancora una volta una documentazione di eccezionale ricchezza.

Nell’evoluzione di questa produzione, il primo periodo più lungo e cronologicamente più antico che corrisponde a tutto il IV secolo, è in rapporto con la tragedia di Sofocle e di Euripide, e soprattutto con la commedia di Aristofane, cioè quella che era secondo i grammatici alessandrini del II secolo a.C. la commedia antica, ma che si prolunga per tutto il corso del IV secolo, rispondendo poi al nome di commedia di mezzo.




Nella fattispecie della tragedia, la scoperta delle figurazioni teatrali di questo genere è stata di grandissima importanza, perché delle maschere tragiche di questo periodo conoscevamo pochissimo, e si pensa che conservino veramente l’immagine di quelle create per la rappresentazione originale. Attraverso alcuni rinvenimenti infatti, è stato possibile testimoniare di opere scomparse, per esempio, dalla letteratura sappiamo che le sofferenze di Filottete erano diventate motivo ricorrente nella scultura greca, ma si aveva solo il dato letterario, tra i nostri reperti invece, troviamo questa straordinaria maschera che ci fa vedere con immediatezza visiva cosa di fatto erano queste sofferenze.

Questo primo gruppo della coroplastica teatrale costituisce fino ad oggi un unicum nella documentazione pervenutaci sul costume teatrale del mondo greco del quale peraltro si conosceva pochissimo.

Ma il III secolo a.C. è forse il periodo più interessante di questo affascinante percorso. Siamo in una fase completamente rinnovata rispetto a  quella precedente, rappresentata dalle splendide maschere della commedia nuova, che ebbe nell’ateniese Menandro il suo massimo esponente.




I rinvenimenti della necropoli ci mostrano che si diffonde nella prima metà  III secolo una tipologia del tutto nuova, è un rinnovamento completo anche dal punto di vista stilistico delle nostre mascherette. Si ha l’impressione che questo mutamento abbia interessato tutte le classi di questo artigianato, le maschere tragiche, quelle satiresche e quelle comiche. Si tratta dunque di una profonda trasformazione di tutta l’organizzazione del teatro stesso, trasformazione che deve essersi prodotta a partire da Atene stessa, punto di riferimento della vita letteraria, artistica e teatrale. I tipi di maschere che ora si diffondono sono quelle che perdureranno attraverso tutta l’età imperiale romana.

Le terracotte liparesi riferibili alla commedia nuova sono ad oggi quasi quattrocento. Delle maschere menandree ci è pervenuto, attraverso uno scrittore di età romana imperiale del II secolo d.C. Giulio Polluce, un’affascinante catalogo descrittivo, racchiuso nell’Onomastikon una sorta di lessico enciclopedico.

La trattazione relativa al teatro e il catalogo delle maschere fanno parte del quarto di dieci libri di cui si compone l’opera, che descrive le nostre maschere dividendole in quattro categorie, esaminate dettagliatamente all’interno del (presente) lavoro, nel quale peraltro, si può osservare forse il capolavoro della coroplastica liparese, quella che Polluce chiama la téleion etairikón , l’etericità perfezionata, la quinta essenza della perfezione.

Quasi tutti i personaggi dell’ elenco si ritrovano nelle terracotte di Lipari, nelle quali il catalogo trova piena corrispondenza, in modellini di maschere che conservano sovente una straordinaria freschezza policroma, con colori vivaci ottenuti attraverso l’uso del caolino locale.




Fa da appendice al lavoro un interessante capitolo riguardante la messinscena dell’antico attraverso la ricostruzione delle maschere liparesi. Particolarità di questo progetto, portato avanti da Adriano Lurissevich, è l’utilizzo di maschere teatrali ricostruite sulla base dei reperti archeologici provenienti dalla necropoli greca.

Le maschere sono state ricreate a grandezza naturale attraverso una sofisticata tecnica, partendo da una scansione digitale in tre dimensioni dei reperti in miniatura, fu possibile riprodurre in scala maggiore, nelle dimensioni di una testa umana, le mascherette  della necropoli greca di Lipari. Da quest’intento nasce il “Menandro in maschera, studio della messinscena de il Misantropo di Menandro”.

Lo spettacolo è il momento finale di un progetto durato tre anni, mosso dall’università di Glasgow e abbracciato poi da vari enti, attraverso i quali, dopo più di duemila anni per effetto di una tecnologia paradossalmente così lontana dalla semplicità della materia con cui queste mascherette si esprimono, i personaggi di Meandro tornano a vivere.

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